
E' l'una e cinque, ora di pranzo.
Simone dovrebbe arrivare a momenti. L'appuntamento era per l'una in punto al Bar Acquaviva, in Via degli Olivetani, a Milano. Lo aspetto all'interno, dove l'aria condizionata rende l'attesa quasi piacevole. Fuori il cemento sprigiona un calore terrificante. Via degli Olivetani è una traversa di Viale Papiniano. Una vietta anonima, qualche condominio degli anni 70, un parchetto mal tenuto e il bar in cui mi trovo. Una vietta come molte altre se non fosse che l'intero lato sinistro è dominato da una costruzione enorme di color sabbia e salmone. In Via degli Olivetani vi è l'entrata principale della Casa Circondariale San Vittore di Milano, conosciuta più semplicemente come il San Vittore.
Ecco, questa è la prima cosa che Simone ci tiene a chiarire pochi minuti dopo, quando arriva un pò trafelato al bar ormai pieno di secondini che si godono la loro pausa pranzo o il fine turno. San Vittore non è propriamente un carcere perchè la maggior parte dei detenuti sono uomini e donne in attesa di giudizio che, se risulteranno colpevoli, saranno trasferiti nelle carceri dislocate sul territorio nazionale. Qualche detenuto vero e proprio giudicato colpevole in via definitiva in realtà c'è, ma non è la regola.
Simone è un ragazzo che assieme a sua madre, psicologa, svolge attività di volontariato all'interno del San Vittore ormai da molto tempo. Ogni lunedì pomeriggio organizzano un libroforum dove si da la possibilità ai detenuti interessati di incontrare uno scrittore, un musicista, un regista, un autore di fumetti, che riporta la propria esperienza lavorativa e presenta la sua opera più recente. Un punto di incontro con il mondo esterno che va ben oltre la classica presentazione da libreria. Molto oltre. Un limbo tra due realtà che si incontrano, quella di dentro e quella di fuori.
Cerco di nascondere il nervosismo mentre varco l'imponente portone di ingresso, seguito da Simone e sua madre che salutano in tono familiare ma composto, la guardia armata di turno. Dopo altri dieci metri un'altra porta, sempre sorvegliata. Mi trovo all'interno di un cortile coperto, che identifico come una specie di punto di controllo e registrazione, simile ad un check-in dell'aeroporto. Qui depositiamo cellulari e altri apparecchi tecnologici, severamente vietati, all'interno di appositi armadietti, lasciamo i documenti ad un addetto che si occupa di registrare chi entra e chi esce e passiamo per il metal detector. Tutto ok. Possiamo entrare nel penitenziario.
Altra porta, con sbarre di metallo ed un vetro antiproiettile, la terza in trenta metri circa. Un agente penitenziario con una grossa chiave la apre e la richiude subito alle nostre spalle. Simone si avvicina e a bassa voce mi dice: "mi raccomando, guardati bene intorno, cerca di immagazzinare più immagini possibile perchè sono pochissime le persone che hanno questa possibilità, è un mondo assurdo, in cui pochi possono accedervi." Non si possono portare ne macchine digitali, ne cellulari, ne pc, ne registratori, all'interno di San Vittore. Bisogna stamparsi tutto in testa. Non sarà difficile.
Altro corridoio, venti metri, tutti uffici e l'infermeria, altra pesante porta con sbarre, altra guardia penitenziaria che apre e chiude subito dopo.
Ora siamo nel cuore della struttura. Un salone a pianta esagonale, gigantesco, alto circa una quarantina di metri, da cui partono le sei "braccia" in cui sono divisi i detenuti, a seconda dei reati, del sesso, e di altri fattori che non mi vengono spiegati. Noi entriamo nel braccio 6. E' un braccio particolare. Qui ci sono i cosiddetti "protetti", ovvero carcerati che per ragioni di sicurezza non possono convivere con gli altri detenuti. Ex poliziotti, transessuali, pedofili o comunque persone che hanno commesso reati sessuali, pentiti di mafia, per fare qualche esempio.
Quando l'ennesimo secondino, salutandoci, apre l'ennesima porta, ci troviamo nel braccio 6. Un lungo corridoio, a più piani. Sono neanche le due del pomeriggio ma già le luci al neon sono accese. Mi accorgo che l'ambiente è piuttosto buio. Solo una minima parte della luce solare che splende all'esterno riesce a penetrare dalle piccole aperture. C'è movimento, qualcuno esce dal locale delle docce, incurante di noi visitatori, altri chiaccherano o fumano in cella, guardandomi senza curiosità, alcuni secondini scherzano tra loro, altri detenuti sono addetti a lavori di pulizia degli spazi comuni. Ovviamente la prima cosa che attira la mia attenzione è lo spazio a disposizione in ogni singola cella.
Al telegiornale si parla di San Vittore come uno degli istituti penitenziari più affollati di Italia, ma vedere quei due metri per tre con sei letti (2 letti a castello ciascuno a tre livelli) è davvero una cosa che lascia il segno. I vestiti sono sparsi ovunque, stesi ad asciugare sopra ad ogni possibile appoggio, tutto sommato con un certo ordine, anche se inevitabilmente caotico. Quattro uomini sono seduti attorno ad un minuscolo tavolino, stretti tra i letti a castello, e giocano a carte. Alzano la testa quando passo, solo un attimo e poi tornano alla loro partita del dopo pranzo. Molti sono a petto nudo. Inutile dire che non c'è aria condizionata al San Vittore, e quando il sole picchia sulle pareti della cella, il caldo è soffocante. L'altra cosa che mi colpisce (anche se me la aspettavo ovviamente) è l'incredibile assuefazione alla mancanza di privacy, elemento sconosciuto in un carcere. I bagni sono comuni, le docce sono comuni, gli spazio per dormire sono molto angusti e comuni. Alcuni detenuti entrano ed escono dal locale delle docce appena coperti da un asciugamano, non curanti della nostra presenza (c'è anche una donna nel nostro gruppetto) ne di quella dei secondini. Si cambiano in cella con la pesante porta di metallo aperta sul corridoio comune. Alcuni, penso, fuori saranno stati molto riservati, magari timidi. Ma l'essere umano si sa, ha uno spirito di adattamento infinito o quasi.
Un'occhiata all'esterno, appena prima di entrare nella minuscola biblioteca dove mi aspettano per il Libroforum. Vedo il cortile dell'ora d'aria. Un quadrato di cemento tra muri grigi così alti da permetterti la vista solo dell'azzurro del cielo. Quando è azzurro. La visione del cortile mi mette un'incredibile tristezza. L'ora d'aria, che io credevo un elemento fondamentale per la sopravvivenza psichica di una persona detenuta, si trasforma nella mia mente nell'ennesima privazione della libertà, una sensazione che in quei primi dieci minuti mi scorre a fior di pelle. Avverto la mancanza VERA della libertà di un essere umano. E' una sensazione strana e terribile, difficile da spiegare. In ventotto anni di vita non mi è mai capitato di parlare con qualcuno che deve chiedere il permesso per fare una doccia, con qualcuno che non può uscire da un corridoio o da una cella minuscola. Almeno fisicamente, io sono una persona libera. Chi mi sta attorno è libero, le persone che vedo sulla metro sono libere di andare e tornare, andare e tornare. Dove vogliono.
Distolgo lo sguardo ed i pensieri dal cortile ed entro nella stanzina.
E' ancora vuota. Qualche sedia posizionata in cerchio ed una piccola cattedra. Sugli scaffali moltissimi libri, classici più che altro. Mi siedo sulla cattedra e scambio due chiacchere con Simone, sua mamma e con l'organizzatore interno del Libroforum, Alberto, un ragazzo molto simpatico ed estroverso. E' da otto mesi a San Vittore, in attesa di giudizio. Il primo processo sarà tra pochi giorni. L'accusa è violenza sessuale e stalking. Lui si proclama innocente.
Dopo pochi minuti e qualche chiacchera, arriva il pubblico. Mohamed è il primo ad entrare, avrà la mia età. E' egiziano ed è molto interessato al tema di oggi. Lui è arrivato in Italia dopo una settimana a bordo di un gommone partito dalla Libia.
Poi entra Nataliè, una trans peruviana che odia l'Italia e sogna di tornare nel suo paese. Non si è mai sentita accolta ed è in prigione a causa del permesso di soggiorno scaduto. Il reato è "clandestinità". A seguire entrano gli altri, in totale siamo in dieci. Mentre stiamo per iniziare arriva Jimmy, così si presenta, un signore sui settant'anni, ma così consumato dalla detenzione da sembrare molto molto più anziano. Lo aiutano a sollevarsi dalla sedia a rotelle e con l'aiuto della stampella si accomoda stancamente sull'ultima sedia rimasta libera, vicino all'ingresso. Si presenta, con un filo di voce. La poca che gli è rimasta in corpo. Di sicuro doveva essere molto diverso negli anni '70, quando al fianco di Francis Turatello "faccia d'angelo" ed Epaminonda, parteciapava a rapine ed altri atti criminali. Per lui il San Vittore è a vita.
Dopo una breve presentazione di Simone, tocca a me.
Saluto tutti ed inzio a raccontare la mia esperienza, come è nato il progetto a fumetti di ETENESH, chi è BeccoGiallo, cosa è una graphic novel. Parlo per un quarto d'ora di filato e l'attenzione è davvero alta. Mi accorgo che non riesco più ad andare avanti, come a volte mi capita, perdo il filo. Simone mi fa un paio di domande per sbloccare la situazione e continuo. Appena l'argomento tocca i tasti più caldi, come le leggi sull'immigrazione o gli accordi tra Italia e Libia, inziano i primi, spontanei interventi. Simone me lo aveva anticipato "Hanno fame di confronto, di discussione, di parlare con chi sta fuori per poter raccontare anche le proprie esperienze, per far sì che tramite la tua persona, queste possano oltrepassare le mura di San Vittore".
Mohamed per primo mi riporta la sua esperienza, mi chiede come sta ora Etenesh, mi chiede se lei ha trovato un lavoro. Gli rispondo di sì, a Roma, e lui scherza "Anche io dovevo andare a Roma allora!". Iniziano ad intervenire un pò tutti, chi più chi meno. Si parla di immigrazione, di fumetto, di politica, soprattutto di politica, di storie di vita vissuta. Giovanni ad esempio, ha quasi quarant'anni. E' nato in un quartiere degradato di Foggia, suo padre sgobbava per mantenere cinque figli e lui per aiutare in famiglia, non ha potuto studiare. L'ignoranza dei suoi, purtroppo, dice lui, non lo spinse un granchè verso i libri. Senza un titolo di studio decente arriva a Milano. Ma nessuno si prende un ignorante in azienda dice. Qualcosa bisogna pur mangiare ed iniziano i primi reati, le prime scorciatoie. I suoi occhi erano sinceri, le sue parole anche. E' incazzato con la politica e i suoi privilegi, come dargli torto. Ecco penso, questione di sfortuna. Se lui fosse nato a Settimo Milanese ed io nel suo quartiere degradato magari le parti sarebbero invertite.
Ora ha voglia di recuperare, si è messo a studiare. Vuole uscire per andare a fare il contadino in Puglia. Vorrebbe metter su una piccola piantagione di pomodori.
Il dibattito è piacevolissimo, dopo neanche mezz'ora mi dimentico dove sono. Sembra di essere ad una di quelle cene tra amici, dove si discute animatamente di politica e dei problemi del paese. Non mi interessa riportare la discussione sui binari della graphic novel, non è quello che serve ora.
Passa così gran parte del pomeriggio, che non dimenticherò mai.
Prima del congedo, mi chiedono un disegno, da poter appendere nella lora piccola biblioteca. La richiesta quasi mi commuove, prendo un foglio e la matita ed inizio a schizzare un'illustrazione di ETENESH, senza risparmiarmi. Tutti mi guardano, facendo mille complimenti. Carlos apre un sacchetto di caramelle alla frutta che ha portato Simone e le offre a tutti. Le caramelle entrano molto meno spesso di quanto si pensi in carcere. Lo noto anche dalle manciate piene con cui tutti si servono. Ne prendo una anch'io e continuo a disegnare.
Andrea, un ragazzo di ventidue anni con una cultura letteraria incredibile, chiede al secondino se è possibile fotocopiare il disegno, così da poterlo appendere nella sua cella. Ancora mi chiedo cosa possa aver fatto uno come Andrea. Un ragazzo incredibile.
Prima di andare via qualcuno pensa di mettere su un cd musicale per allietare il mio lavoro. Partono i primi minuti e subito vengono a toglierlo. Senza permesso, non è possibile riprodurre nulla. Ne un cd, ne un film. Niente. E il permesso non c'è.
Concludo il disegno e firmo i due libri che ho deciso di donare alla biblioteca. In prima pagina, proprio sotto la dedica, stampano un grosso timbro che riporta la dicitura "Casa Circondariale San Vittore di Milano". Mi fa impressione, perchè ETENESH parla soprattutto della ricerca della libertà. Che contraddizione, penso.
Giovanni, prima di uscire chiede a Simone quando ci sarà il prossimo Libroforum. Lunedì prossimo risponde lui. Giovanni sconsolato esclama "Bisogna aspettare una settimana??". Una settimana ha tutto un altro valore a San Vittore. Fosse stato per me sarei tornato il giorno dopo!
E' il momento di lasciare il carcere, alcuni mi salutano scherzando "Allora, te esci eh...?" oppure "Quasi quasi mi fingo anch'io autore di fumetti ed esco con te!".
Mi stringono la mano, mi salutano e mi abbracciano. Io mi sento orgoglioso e felice come raramente mi è capitato.
Uscendo rifletto su una cosa che mi spiazza. Per tutto il tempo mi è sembrato di parlare con delle vittime. Non con dei carcerati. Me ne accorgo solo ora, mentre sono seduto sul pullman che mi riporta a casa. E' questa l'impressione che ho avuto. Persone che per vari motivi hanno sbagliato perchè lasciate sole dalla società, persone che non sono state aiutate da nessuno, dallo Stato Italiano in primis, che non fa nulla per assottigliare queste disparità sociali che generano poi le storie che ho sentito in quella piccola biblioteca del San Vittore. Non ho pensato ai reati, non ho pensato alle possibili vittime dei reati stessi. Chissà, magari quella ragazza è stata violentata davvero. Non so dirvi perchè ma è così.
Non ci ho pensato neanche per un secondo.

p.s. alcuni nomi sono di fantasia per motivi di privacy
4 didascalie:
.... toccante...bravo paolino...
complimenti luca p del 45
Grazie Paolo! Una bella testimonianza... Forte. Raccontata con un ritmo che si sente essere spontaneo e incalzante perchè incalzanti devono davvero essere state le sensazioni e i pensieri nati in te durante questa esperienza. Leggendo mi sono commossa, ho dato spazio alle tante riflessioni (anche vicine alle tue) e mi sono indignata...
Mi è venuta in mente l'intervista che ho fatto alcuni anni fa al direttore dei corsi di formazione al lavoro organizzati nel carcere Le Vallette di Torino; una sua frase mi è rimasta impressa: "Il carcere è un luogo ricco di umanità perchè ci vive chi ha toccato il fondo"... Dal tuo racconto e da quello di chi fa esperienze simili si capisce che dall'incontro con chi ha toccato il fondo può nascere una comprensione diversa degli uomini che hanno sbagliato...
Troppo spesso la cronaca parla di carceri sovraffollate (l'ultima è di poche ore fa e arriva dall'Umbria dove la maggior parte dei detenuti sono stranieri): occorre perciò affrontare i problemi ma qui si apre un'altra discussione. Allo stesso tempo, però, per fortuna (sebbene questo non sia il termine adatto), aumentano i progetti per facilitare il reinserimento nella società e le offerte culturali.
Grazie ancora per la condivisione e per la storia di Etenesh che continua oltre le pagine del libro!
Luca@Grazie mille per essere passato dal mio blog! ospite inatteso ma gradito! Ciao
Sara@Che dire...grazie a te per le fantastiche parole. Ho fatto solo la mia parte, spero degnamente.
complimenti Paolino, sia per il pezzo che per il fatto che stai riuscendo a trasformare un mestiere che, di solito, chiude in casa chi lo fa, in un mestiere che, invece, ti apre delle porte sul mondo esterno, anche quello meno accessibile.
E dopo sta sviolinata un appunto: non diventarmi troppo politically correct. :D
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